Viva le donne, ma la Boldrini no

Vorrei introdurre questo argomento facendo una brevissima premessa. Sono stato cresciuto da una donna che, sostanzialmente, faceva due lavori: la domestica e la prof. E sono certo di non esser l’unico, anzi. Io mia madre che si lamenta, non la ricordo. Ricordo molto bene che mi diceva che lei faceva il lavoro che amava e che amava essere una mamma di due figli (nonostante io fossi un pelo turbolento. Mia sorella Francesca, invece, credo sia in fase di beatificazione). Questa è la mia realtà. Punto.

mamma

Ora passiamo alle cose un poco meno realistiche e a dir poco inutili, tipo La lettera di Laura Boldrini sulla parità di genere linguistica. Siccome a me piace farmi del male, non ho letto soltanto la lettera della President(ess)a, ma ho voluto scavare a fondo per cercare di capire se davvero queste ci sono o ci fanno. Ebbene forse non avrei dovuto. Avrei probabilmente dovuto fermarmi all’Hic Sunt Leones rappresentato dall’evento Non Siamo Così. Donne, parole e immagini, incontro alla Camera dei Deputati pubblicato sul sito dell’Accademia della Crusca. Lì una vocina mi diceva di abbandonare la navigazione e di non cliccare sul link Le linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo, ma oramai era troppo tardi. Rapito dal papello scritto da tale Cecilia Robustelli, evidentemente professora dal ‘chiaro et nobile‘ profilo, non sono riuscito a fermarmi e ho dovuto terminare le circa 40 pagine.

Donne: istruzioni per l’uso

Nelle Linee Guida si affronta una problematica che affligge tutte le donne (e gli uomini illuminati) del nostro grande Paese: il femminile non compare negli scritti della Pubblica Amministrazione. Un bel problema, in effetti. Volete mettere con l’insignificante dilemmuccio a monte che quei testi sono incomprensibili alla maggioranza delle persone perché scritti in burocratese spinto? No. Prima vengono le cose più importanti: aggiungere il femminile è atto dovuto, a quanto si legge:

[…] se sappiamo che un’azione espressamente diretta a modificare il linguaggio può sembrare artificiosa e privare la parola di quel senso di deposito della storia di un contesto sociale, che normalmente le attribuiamo, tuttavia la impellenza di un intervento sui costumi della disparità, tanto diffusi nel nostro Paese, rende anche questa artificiosità necessaria e tollerabile […]

Fermiamoci giusto un attimo. Giusto il tempo per assaporare ciò che viene espresso: queste si rendono conto della follia che stanno per affrontare, ne sono ben consapevoli, le compagne. Ma è questa “impellenza” al riordino dei costumi che rende questa artificiosità (sic!) accettabile. Alla fine, si tratta di priorità. Il problema è che sono loro a decidere cosa sia prioritario. Attenzione, si parla di artificiosità, ovvero qualcosa che viene reso “complicato intenzionalmente”. Consentitemi un ulteriore dettaglio: artificioso si contrappone a naturale. Caratteristica propria della lingua è la sua naturalezza, altrimenti nessuno parlerebbe.

Una lingua ha tutto e il suo contrario

La lingua italiana è naturale, ma non si può negare abbia le sue complessissime regole e le sue complessissime eccezioni. Esse hanno impiegato “qualche tempo” per sedimentarsi e divenire tali. A questo punto potremmo chiederci: chi decide cosa diventa regola e cosa invece no? Chi decide che un termine muti di significato? Sono coloro che utilizzano la lingua, a crearla. Siamo noi, insomma, con l’ausilio del tempo e della fortuna (in senso latino) a far regole e a disfarle.

Io che amo il congiuntivo, mi accorgo che non ho alcun diritto di attaccarmi morbosamente a esso. La lingua, infatti, oltre a essere libera è terribilmente pragmatica: è naturale che il congiuntivo vada a morire lungo i prossimi secoli (spero non prima). La lingua è uno strumento e serve per comunicare. Comunicare qualcosa significa renderlo il più chiaro e diretto possibile. Non complicarlo ulteriormente. Ma a quanto pare l’artificiosità è resa tollerabile dal fine più grande, come insegna Il Principe (o una sua errata lettura).

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Quando le regole esistono, ma è meglio ignorarle

Nel testo si fa menzione al “maschile inclusivo” che, in sostanza, è un maschile usato come neutro (“uomo” quando si parla della specie umana). Se si va un po’ a leggere sulla Treccani, ad esempio, si scopre che il neutro esisteva e che si è semplicemente estinto. E perché mai? Perché evidentemente non serviva. La lingua, in buona sostanza, opera una vera e propria selezione naturale. E noi non possiamo che annotarlo, accettarlo, prenderne nota e procedere. Gli studiosi della lingua, gli esperti veri sono ben coscienti che non ricoprono alcun ruolo di Guardiani della Lingua. I veri esperti si limitano a esserne testimoni (con la minuscola, sì) attenti e sensibili, capaci di cogliere tutti i cambiamenti che la lingua produce. L’errore sostanziale si commette quando si pensa di essere Guardiani. È come entrare in un fiume e cercare di fermarne il flusso. Non ha nemmeno l’allure romantico dell’illusione. È proprio da idioti. Nel senso greco del termine.

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Una battaglia persa

Boldrini&CO. non si arrendono e fanno riferimento alla battaglia di una certa dotta Sabatini che nel 1987 ha provato a imporre professora e dottora a sostituire i meno corretti professoressa e dottoressa. Termini che da quasi trent’anni la dottora Sabatini cerca di introdurre, ma niente. Siamo ancora fermi al maschilista professoressa. Quello che sinistramente (sia perché a me fa paura, sia perché prodotto da quella parte in termini politici) si cerca di fare con queste linee guida è piegare la lingua a delle regole che bellamente ignorerà per sua costituzione e natura. 

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Ma la Lingua se ne frega

Non sarebbe più semplice, invece di giocare all’Imposizione, semplicemente lasciar perdere completamente la questione (che per altro non esiste). In questo modo, forse, nella lettura del difficile e incomprensibile linguaggio amministrativo ci dimenticheremo che dietro quelle cariche ci sono uomini/donne, donne/uomini, ma semplicemente degli esseri umani che ricoprono quelle cariche? Non è forse questo il vero punto d’arrivo?

Avrete ragione voi, uberfemministe di governo, per carità. Ma lasciatemi libero di pensare che le donne sono più di una mera e vuota etichetta calata dall’alto. E lasciatemi l’illusione di immaginare un mondo dove il sesso non sia centrale, ma che sia considerato al pari del colore di capelli. Se proprio vogliamo mettere il sesso al centro, allora dovremmo anche occuparci dei/delle trans, non credete? Se si prende questa china, è come andare su un tratturo di montagna con una smart. A cader giù nel burrone dell’Inutilità, è un attimo.

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Perché lo fai

La canzone di Masini viene subito alla mente: ma allora perché creare un problema dove potrebbe non esserci? Forse in questo frangente vedo in Boldrini&Co. una somiglianza con mia madre: il suo profondo e bellissimo mistero.

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