De Sardinia

Oggi è il giorno della Sardegna, a quanto pare. Persino i media tradizionali si occupano della terra che m’ha dato i natali. Su Facebook molti miei contatti esibiscono come foto del profilo i quattro mori sormontati dal solito laccio nero. In realtà capita 3 o 4 volte l’anno che la Sardegna raccolga l’attenzione dei media tradizionali e non. E solitamente non sono mai buone notizie. E’ sempre così, anche nei discorsi da bar. La Sardegna è il solito “paradiso terrestre” (che noi sardi fingiamo di meritarci). Dicono i continentali:

La Sardegna non è Sud, né Centro Italia… E’ la Sardegna!

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Già, se lo chiedi un po’ in giro non lo sanno nemmeno i sardi cosa sia la Sardegna. Al massimo è il luogo in cui nasci e dal quale parti. Una terra che intorno ha solo mare. In proposito ricordo un viaggio in auto con una cara amica. Eravamo in Veneto e mi voleva portare a mangiare in un ristorante messicano, a circa 20 km. Dopo dieci minuti in macchina un cartello ci informa che siamo in “Trentino Alto Adige” e io guardo stupefatto la mia amica, anch’ella sarda, ed esclamo: “Ma stiamo andando in un’altra regione per cena! Ti rendi conto?!”.

Quanto ci metti?!

Dietro l’ovvia ironia c’era un piccolo sardo che ancora (dopo 10 anni sulla terra ferma) si stupisce di passare da una regione all’altra in pochi minuti. Per il sardo andare da una regione all’altra significa percorrere una distanza che, ancora oggi, è enorme. Per andare a Roma, città più raggiungibile e vicina, in aereo servono minimominimo:

  • 60 minuti prima del volo, devi essere all’aeroporto
  • 50 minuti di volo
  • 20 minuti di attese varie

A questi 130 minuti (non considerando i ritardi, naturalmente) dovete sommare lo spostamento da casa all’aeroporto/fila al check in/fila al controllo di polizia/fila ritiro bagagli/fila bus o taxi o treno. Una roba infinita solo per spostarsi da una regione all’altra. Suona ancora assurda la mia reazione con la mia amica?

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Rimarrà sempre troppa la distanza che copriamo per arrivare in Italia, quella vera. Perché un sardo non può percepire la propria terra come legata a una distante centinaia di chilometri e difficile da raggiungere.

“Riconosci il sardo”

Quando sono in aeroporto, nei tempi morti, faccio un gioco. “Riconosci il sardo”, l’ho chiamato. Mi metto lì e guardo le persone, alla giusta distanza. Non troppo lontani, ma nemmeno troppo vicini. Il tanto giusto da non poter sentire l’accento e riconoscerli da tutto il resto. E allora li riconosco, i sardi. Non è perché gli uomini sono tutti bassi e pelosi e le donne belle, piccole e con gli zigomi alti. No. Lo vedo da come si muovono, dagli sguardi, dalle espressioni del viso, dai silenzi (quelli presenti e quelli assenti). Da come si toccano l’un l’altro e da come toccano sé stessi. Li vedo persino da come ridono, dall’intensità e dalla lunghezza della risata. Siamo diversi, non c’è niente da fare.

C’è una cosa però che ci rende uguali agli italiani e a tutti gli altri popoli del mondo. Piangiamo allo stesso modo. E in questo momento la Sardegna è questo che fa. Fuori dal clamore mediatico o dai soliti post melensi. 19 novembre 2013, dovrei segnarmela questa data. Come m’ero segnato il 22 ottobre 2008, giorno in cui è stata sommersa Capoterra. Ma al di fuori degli abitanti di quella località, chi è che si ricorda cosa è successo? Ma chi è che sa cos’è Capoterra? Segnare queste date per ricordare. Non per ricordare un evento inatteso, quanto per ricordare in attesa del prossimo che arriverà.

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